09/01/2012 14:30 - Di: Alessandro Sisti
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Alessandro Sisti Tutor di Fumetto |
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Il 2012 non è già più tanto nuovo. Gli anni sono così: durano a lungo, perfino più del latte a lunga conservazione, però già un paio di giorni dopo aver aperto la confezione perdono gran parte della loro fragranza. Tuttavia questo è il mio primo articolo del nuovo anno, dunque credo d’essere ancora in tempo a porgervi i miei auguri per 366 giorni creativi e gratificanti: lo faccio secondo la mia inveterata usanza dei rimandi gastronomici – ma anche nel solco d’una tradizione più classica e importante – con zampone e lenticchie, simbolici auspici di prosperità e consistenti incassi. Dunque di successo, ovviamente per le vostre storie.
Anche questa nostra rubrica ha ormai una sua piccola tradizione consolidata, che ancora una volta si rinnova con l’ingresso di un autore esordiente. I soggetti proposti da imatan prendono spunto dalle prime esercitazioni di scrittura del corso. Leggiamoli subito.
In coda ad un autobus, sedute su quattro sedili disposti frontali a due a due, ci sono 3 persone: una coppia di anziani ed una donna sola.
Gli anziani sono evidentemente altolocati, ma non snob. La donna è invece dei quartieri bassi e si sente un po' in soggezione.
Gli anziani indossano la maschera per il teatro, il vestito buono ed i guanti bianchi. La donna indossa la maschera proletaria, quella da operaia, con i guanti abbinati un po' rovinati.
Gli anziani parlano dell'ultima commedia che hanno visto a teatro, e prevedono un buon successo anche per quella che stanno per andare a vedere. La donna li ascolta sognante e, non avendo una maschera "mutabile", cerca nella borsa la maschera adatta. La indossa ed un grande sorriso appare sul suo volto.
Gli anziani sorridono con lei.
La donna vorrebbe partecipare alla conversazione, ma non ne ha i mezzi, e allora preferisce ascoltare. Gli anziani lo capiscono e, per non metterla in difficoltà e, nel contempo, farla partecipe, raccontano per filo e per segno l'ultima commedia vista, quasi recitandola, utilizzando le loro maschere "mutabili" per interpretare i vari personaggi.
La prima e forse più importante considerazione che mi viene da fare ha un pregio e un difetto: vale infatti per tutti e tre i lavori inviati da imatan. Perciò la rimanderò a un commento finale, poiché mi pare più utile concentrarci su un soggetto alla volta.
La consegna dell’esercizio invitava a esaminare i presenti in una sala d’aspetto, o i passeggeri su un mezzo pubblico, e a modellarli come personaggi attribuendo loro ruoli, personalità e interazioni. Lo si poteva fare al di là del momento contingente, immaginando quello che la situazione non mostra: i due anziani esibiscono i dettagli d’una classe sociale elevata, ma sono economicamente rovinati: la loro quotidianità è al limite della sopravvivenza. Pure, risparmiano spasmodicamente per concedersi (una volta ogni chissà quanto) i riti di quella che era la loro vita d’un tempo. Al contrario la donna, nonostante l’aspetto dimesso, ha in borsetta un gratta-e-vinci che la renderà milionaria.
Retroscena difficili da approfondire nel modo del racconto, e infatti l’esercitazione non richiedeva di costruire un soggetto, quanto semmai delle biografie immaginarie. Imatan ne ha invece ricavato una narrazione, che comunque descrive chiaramente i tre personaggi in modo interessante. E anche la storia in sé contiene elementi d’interesse, come il dettaglio delle maschere. Ma vanno intese in un’accezione metaforica, nel senso in cui ciascuno di noi porta una maschera corrispondente a ciò che è o vorrebbe essere, oppure si tratta di veri e propri accessori di una società che se ne serve normalmente, per cui anche il conducente del bus indosserà la sua maschera da autista – fornita dall’azienda di trasporto – e il professore universitario, seduto due file avanti, una da accademico?
In un racconto breve di tipo letterario, questo potrebbe essere lasciato all’interpretazione del lettore, e anzi proprio l’ambiguità produrrebbe un valore aggiunto. Per allenarsi a scrivere soggetti destinati al fumetto però occorre abituarsi a considerare sempre la componente visiva del narrato. Cosa deve rappresentare il collega artista? Individui dagli atteggiamenti fortemente connotati, o maschere vere e proprie? Non possiamo fare a meno di dirglielo, né di comunicarlo all’editor fin dal soggetto.
Certo, non è detto che l’intenzione di imatan fosse quella di scrivere un soggetto, però la storia del trio sul bus potrebbe diventarlo, quindi consideriamola come tale, per capire come completarla. Con un desinit, naturalmente, poiché l’incontro e quanto succede sono coinvolgenti e fanno desiderare di sapere come andrà a finire. Gli eventi sono tutti divergenti dai luoghi comuni che le premesse ci farebbero presagire, gli anziani non si comportano in modo altezzoso, non prendono le distanze e la donna non tenta d’apparire diversa da ciò che è. Stabilito il rapporto, non nasce una conversazione banale, bensì una recita. Il mio suggerimento è quindi di conservare anche nel desinit questa linea sorprendente. Per esempio, alla fermata del teatro anche la donna scende e si dirige a un ingresso di servizio. Viene accolta dal regista trafelato, è in ritardo, stanno per alzare il sipario! Lei e la sua mania di viaggiare in autobus per studiare i passeggeri e calarsi meglio nelle parti… per fortuna indossa già l’abbigliamento di scena.
A volte insomma le maschere coprono altre maschere. Ma passiamo al secondo esercizio, composto da due stimoli per altrettanti soggetti. Il primo era fornito dalla foto d’una via metropolitana, con un fattorino che spinge un portapacchi.
La giornata da incubo di Kareem comincia come tutti gli altri giorni. Tutto va per il verso giusto, e non ci sono segni di quel che succederà dopo.
Il suo lavoro di corriere lo porta spesso nei luoghi più malfamati della grande metropoli, quelli del centro. Tutti vicini, ma anche molto pericolosi.
Quando entra in ufficio e nella sua casella trova il giro della giornata, sorride mostrando tutti i suoi denti bianchi, e nascondendo l'unico cariato.
Stavolta, infatti, il giro è più lungo, ma in quartieri ordinati e tranquilli. E poi, con il camion le distanze si accorciano.
Mancano poche consegne e accade l'irreparabile. Si scarica il cellulare e, contemporaneamente, si rompe il furgone.
Kareem carica i pacchi rimasti sul carrello e riprende il giro. Un giro che lo porta ai lati estremi della città, da completare entro le 12... e sono già le 11. Una corsa contro il tempo e contro le avversità, che continuano ad accadere.
Ad ogni consegna fatta anche il carrello perde pezzi, e per ultima arriva la pioggia.
Ore 12,00. Kareem suona l'ultimo campanello. Il destinatario della consegna si ritrova davanti un uomo distrutto con un pacco in una mano ed una ruota di un carrello nell'altra.
Kareem sorride con tutti i suoi denti, stavolta senza nascondere l'unico cariato. Ce l'ha fatta.
E senza neppure una pausa pubblicitaria, ecco il secondo, che prende le mosse dall’istantanea d’una città orientale, con un vigile urbano su una pedana riparata da un ombrellone.
Il vigile staziona come sempre sulla sua piazzola. Se lo sono dimenticato in una strada dove non passa più nessuno, da quando hanno costruito l'autostrada lì vicino. Ma il vigile non si è perso d'animo e si è organizzato.
Ha costruito un ombrello da mettere su un palo full-optional che ha piazzato al centro della piazzola.
Da una parte del palo esce un sedile, e, poco sopra, esattamente sotto la foto che gli avevano scattato nel momento di maggior traffico della strada, si apre uno sportelletto con un frigo bar.
Tutto perfetto, se non fosse per quel bambino che lo stuzzica da anni. Da quando andava in triciclo e, passandogli davanti, gli sparava palline di carta con la cerbottana.
Ora il bambino è cresciuto ed anche i dispetti si sono evoluti.
Quello di oggi è geniale, e nella rabbia deve ammetterlo anche il vigile.
Durante la notte il bambino ha lavorato alacremente per trasformare la piazzola in una giostra.
Ed anche stavolta il bambino beffa il vigile, togliendolo al suo riposo.
Non ho voluto inserirmi con le mie osservazioni fra un soggetto e l’altro, poiché hanno qualcosa in comune. Il primo tratta d’eroismo urbano e di senso del dovere, il secondo è una storia più surreale ed entrambi sono assolutamente godibili, fino all’ultima battuta… dove però per tutt’e due – come per il precedente – viene da chiedersi “e poi”?
Si sente la mancanza di un desinit, non necessariamente né strettamente fumettistico (una qualche sorta di codino umoristico, per esempio, suonerebbe inadeguata), quanto d’una chiusura che dia un senso e una spiegazione ai fatti, magari anche portando una svolta inattesa. Nell’ultimo pacco che Kareem consegna c’è qualcosa di realmente urgente, che salva una situazione drammatica o gli vale la meritata ricompensa, gratificando il lettore che ha faticato con lui. Oppure qualcuno gli domanda chi gliel’abbia fatto fare e lui – il cui nome fa pensare a origini lontane – riprendendo fiato racconta che il suo trisnonno era un famoso capocarovana: non ha mai mancato di portare a destinazione un singolo carico in tutta la carriera!
Avercela fatta dovrebbe essere premiante di per sé, ma in mancanza d’una grave minaccia in caso di fallimento, o di un altro fattore che permetta al pubblico di condividere l’aspirazione all’obbiettivo, non basta. Riuscire o meno a effettuare le consegne, resta un fatto personale di Kareem. Una faida privata è anche quella fra il vigile e il bambino cresciuto, della quale è difficile fornire una credibile motivazione o, senza di essa, prendere le parti di uno o dell’altro. Allora il desinit deve riattivare il racconto tramite l’informazione inaspettata, magari aggiungendo una situazione finale, dalla quale scopriamo che il vigile detesta l’antagonista, ma senza la loro contesa la sua vita sarebbe del tutto vuota, un Deserto dei Tartari nel mezzo della carreggiata.
Ed eccoci alla constatazione conclusiva. A me le storie di imatan sono piaciute molto. Non so a voi, perché anche nella narrazione vale l’autorevole principio “tutti i gusti son gusti”. Il che ci porta al concetto di target: a quello giusto per una storia è più facile che piacciano determinate soluzioni o vicende. A quale target ha deciso di rivolgersi imatan, scrivendo i suoi soggetti? Uno abbastanza particolare, direi, poiché queste storie suonano poco fumettistiche e più letterarie, o teatrali.
Va benissimo, niente ci obbliga a mantenerci nel fumetto mainstream, purché lo sceneggiatore abbia ben chiaro il proprio target. Dopodiché ogni variazione – di tonalità, di gusto, di genere o di quello che preferite – è non solo ammessa, ma anzi funzionale a dare nuovo respiro al mezzo e a comporre uno stile personale. Tanto che con questo primo incontro del nuovo anno e questo nuovo autore che ci permette di ripartire dai primi esercizi, vi invito tutti a riconsiderare la vostra creatività in un’ottica di rinnovamento costante.
Anche e soprattutto quelli che già sono quasi dei veterani nella sceneggiatura umoristica oppure in quella avventurosa, perché provino a riflettere su quali altre potenzialità della letteratura disegnata non hanno mai sperimentato. Abbiamo davanti a noi un 2012 di vignette ancora bianche, tutte da riempire!
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