27/01/2012 14:00 - Di: Alessandro Sisti
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Alessandro Sisti Tutor di Fumetto |
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S/T = … boh? Vi pare un po’ criptico? Ho solo cercato di tradurre in una microequazione – dove la S sta per “scrittura” e la T, secondo tradizione, è il fattore-tempo – un’incertezza ricorrente in chi si accinge a sceneggiare fumetti, come pure a scrivere narrativa. Quanto devo produrre per fare bene? La scorsa settimana ho scritto N tavole (oppure pagine, battute, o cartelle): sarà tanto, poco, troppo? È una perplessità nella quale potreste riconoscervi, che immancabilmente mi è stata presentata nel mio ruolo di tutor, o di docente di corsi “live”, e che altrettanto inesorabilmente mi fa fare la figura di quello che dovrebbe essere una fonte autorevole e invece non sa cosa rispondere.
Il fatto è che non c’è una risposta, non esiste un quantitativo numerico sotto al quale non sei un vero autore (e sopra sì). È ovvio che se si scrive per pagare i conti bisogna farlo in misura delle proprie necessità economiche, perché l’importatore di caviale e il concessionario della Ferrari non aspettano che ci colga l’ispirazione, ma lavori forzati a parte, è la qualità, non la quantità né la velocità, a fare il narratore. È giusto – anzi, fondamentale per ottenere un buon prodotto – che ciascuno segua il suo ritmo naturale: c’è chi scrive una sceneggiatura all’anno e chi fonde la tastiera.
Alla categoria degli Sceneggiatori Supersonici appartiene imatan, deciso a bruciare le tappe a forza d’esercitazioni. Fra quelle che mi ha inviato ce ne sono alcune che ritengo utile esaminare insieme, iniziando da un desinit. L’esercizio invitava a trovarne uno adeguato a questa premessa:
Il diabolico dottor Geminus è in grado di creare perfetti duplicati elettronici degli esseri umani, per sostituire i capi di stato con replicanti ai suoi ordini. L’agente X però lo cattura e ne distrugge il laboratorio.
L’agente X , dopo aver assicurato alla legge il dottor Geminus, se ne va dritto per la sua strada. Appena ha girato l’angolo, dalle macerie del laboratorio esce una sua copia esatta che, con ghigno da cattivo, prende la strada contraria.
È un desinit ben giocato: non occorre aggiungere, né modificare nulla. Tecnicamente definisce un target: le parole che imatan ha usato (dalle macerie esce una copia, con un ghigno da cattivo), che in sceneggiatura corrisponderanno a immagini altrettanto esplicite, rendono chiaro che si tratta di un replicante. Tanta evidenza è normalmente riservata a bambini e ragazzi. Volendoci invece rivolgere a un pubblico più adulto, sarebbero preferibili l’ambiguità e l’incertezza, che dovremmo costruire anche attraverso la scena, dando a entrambi gli agenti X un comportamento simile. Infatti se uno di loro consegnasse il dottor Geminus alle autorità, sarebbe palese che si tratta dell’agente originale e saremmo daccapo!
Ricorreremo allora a una situazione diversa, nello stile cinematografico del genere. Sull’area del disastro accorrono i vigili del fuoco e un SUV nero dai finestrini oscurati, i cui occupanti prelevano lo scienziato malvagio. L’agente X ha portato a termine un’altra missione! – Commenta uno di loro – Dove sarà adesso? Probabilmente già al Quartier Generale. Non era certo il caso che restasse lì a spiegare cos’è successo.
Dopodiché vediamo l’agente X, in disparte, che osserva inespressivo il buon esito dell’operazione e quindi se ne va. Poi, dietro un altro angolo, un secondo agente X fa esattamente lo stesso. E magari – esageriamo – mentre i due si allontanano in direzioni opposte (in una complessiva finale), anche un terzo e un quarto! Angoscia! È indubbio che si tratti di replicanti, ma qual è quello vero e cosa si propongono di fare gli altri? Quando scriviamo per i lettori più giovani, la chiarezza è obbligatoria affinché la storia sia realmente percepita come ben definita e gratificante, ma per un target superiore meno informazioni forniamo, più amplifichiamo l’emozione.
Come avreste chiuso l’avventura dell’agente X? Mentre meditate sulle alternative, vediamo un altro desinit di stampo decisamente diverso: il principe Morg viene rapito e venduto come schiavo in un paese lontano dal perfido ciambellano. Riconquistata la libertà, torna in patria e sale al trono.
Mentre Morg sale al trono nella cerimonia solenne in suo onore, riconosce l’anello del suo rapitore sulla mano del ciambellano, e immediatamente lo fa arrestare.
Bene, sicuramente se lo meritava. Non si trovano più i ciambellani d’una volta, signora mia. Hai un bel chiedere le referenze… Tuttavia questo desinit non è soddisfacente quanto il primo, perché la conclusione d’una storia non è solo questione di cosa, ma di come, e nel caso di un’avventura come questa, di premi e punizioni. Occorre di più.
Il castigo del ciambellano è inevitabile e il riconoscimento attraverso l’anello è efficace, ma troppo lineare e diretto. Dobbiamo articolarlo e nel contempo, per gustare pienamente la sua condanna, il pubblico deve prima temere che il malvagio la passi liscia, effetto che produciamo facendo durare più a lungo l’attesa e sviluppandola. Una volta incoronato, Morg, che apparentemente non sospetta di nulla, ha ancora il traditore al suo fianco. Il principe nota l’anello e lo loda, è splendido, lui stesso non ne possiede uno uguale… L’antifona è chiara e il viscido visir dichiara che non chiederebbe di meglio che donarlo al suo signore, ma sfortunatamente lo porta da così tanti anni che non riesce più a sfilarlo dal dito. È un vero peccato – replica Morg – avrebbe dovuto ricordarsene e indossare un paio di guanti, quando ha diretto il suo rapimento! E vai con l’arresto!
Anche per questo poi vale lo stesso discorso. Trarre in schiavitù il proprio sovrano è una birichinata piuttosto seria, dunque il pubblico si attende una punizione congrua e complessa. L’arresto può andare, però avrà un gusto migliore se fra gli armigeri che lo effettuano ce n’è uno che impugna un coltellaccio e con l’altra mano afferra quella ingioiellata dell’ex ciambellano dichiarando “Davvero un bell’anello! Scommetto che so come togliertelo…” O ancora, Morg nota l’anello, eppure non fa nulla. Il malvagio se ne accorge, ma visto che non ci sono conseguenze, pensa d’averla scampata. Torna nei suoi appartamenti e ci trova il mercante di schiavi. Che fa lì? Può andarsene, ora non ha nessuno da vendergli. Ha capito male! – Sogghigna lo schiavista, mentre due nerboruti guardiani acciuffano il ciambellano. – È lui a essere stato venduto.
È possibile che l’autore già immaginasse simili sviluppi, più estesi e declinati. Il mio consiglio è di non temere di dilungarsi e comprenderli nei soggetti. Le descrizioni letterarie, o le digressioni da romanzo, non sono opportune, però esporre le situazioni nel dettaglio aiuta chi valuta la storia a capire se piacerà e grazie a quali meccanismi. Comunque non di soli desinit vive uno sceneggiatore e sempre imatan, partendo dalle consegne di un altro esercizio, ha sviluppato questi brevi soggetti:
L’alieno Zob è un piazzista che non riesce a vendere nulla e perciò sta per essere licenziato! A bordo della sua astronave carica di merce capta le trasmissioni televisive dei pianeti vicini in cerca di potenziali clienti e…
L’agognata meta non arriva mai. Ogni pianeta risulta essere quello sbagliato, e le disavventure non mancano. Un Zob ormai allo stremo arriva su un pianeta all’apparenza disabitato, sul quale l’astronave finisce di distruggersi. Sul terreno si aprono improvvisamente dei buchi che risucchiano Zob e l’astronave. Il povero alieno si ritrova circondato da migliaia di esseri identici a quelli che aveva visto nel famigerato segnale televisivo che aveva captato. Incredibilmente è giunto a destinazione, ma ormai non ha più nulla da vendere, avendo usato ogni articolo che aveva in borsa per rattoppare la sua astronave. Triste come non mai, Zob si guarda intorno desolato. Ma un sorriso gli illumina il viso, quando vede gli indigeni guardare con curiosità la sua astronave. Capisce di avere per le mani una nuova fonte di guadagno.
Bob, il campione di basket del liceo, ha vinto una borsa di studio per frequentare l’università in una lontana metropoli, però è incerto se accettarla e partire, o se restare a giocare per la squadra della sua piccola città.
La finale si preannuncia interessante. Bob, il campione dell’università di Sportopoli, torna nella sua vecchia città per affrontare la sua vecchia squadra. Ormai non è più lo stesso bravo ragazzo che era partito con una borsa di studio in tasca. E’ stato trasformato dall’eccessivo agonismo trasmesso dall’ambiente in cui ora studia. Entra in campo con l’intento di schiacciare letteralmente la sua vecchia squadra, nella quale ora milita il fratello, nuovo campione che ha portato in alto la piccola città. Inizialmente le cose vanno secondo pronostico, ma poi cambia tutto e, davanti allo sguardo piangente del suo piccolo nipotino, Bob capisce cosa sta facendo, e sbaglia intenzionalmente il canestro che avrebbe dato la vittoria finale a Sportopoli.
Entrambi i soggetti funzionano e contengono una strategia che vale la pena d’includere nella nostra cassetta degli attrezzi: non passano dall’antefatto alle conseguenze (Zob raggiunge il pianeta della trasmissione televisiva, dove accadrà quel che deve accadere), bensì lo integrano e lo espandono. Il piazzista spaziale vagabonda fra i mondi, la sua astronave si guasta ripetutamente, Zob utilizza ciò che ha da vendere per aggiustarla – e per inciso, sarebbe stato meglio dirlo subito, quando succede, non a posteriori – ed è questo, non la premessa, a creare le basi del desinit.
Idem per la storia di Bob, che non riguarda la sua scelta, ma quanto ne deriverà, forse a distanza di anni. Attenzione, però: il soggetto è gradevole e ben costruito, un classico racconto di scoperta dei valori che davvero contano, tuttavia non rispetta la premessa. L’editore che avesse commissionato una storia basata sul dubbio del protagonista, probabilmente lo respingerebbe!
Il che ci riporta all’altrettanto difficile alternativa che si pone a chi sceneggia: scrivere quello che desideriamo raccontare, o ciò che chiede l’editore… per far felici i nostri creditori? Il gentiluomo del caviale e quello della concessionaria di auto di lusso non avrebbero difficoltà a risponderci.
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